Bella, ciao.

Milano. Cioccolato al latte. La 55 il giovedì, presa al volo trascinandomi lungo via Padova-via Predabissi-piazza Durante, quando ancora i bus erano tondeggianti. I pentolini di ferro sul balcone d’estate. La tenda verde. Il bagnoschiuma al latte. Le malboro rosse. La borsa da lavoro a rombi. La michetta. I mondeghili. Meazza. Il comunismo. Sesto San Giovanni. Il dialetto. La Falck. L’Ercole Marelli. L’ingegner Fogagnolo. I fascisti. I partigiani. I manifesti elettorali, «Vedi? Quelli lì, rossi, sono i buoni, Quello scudo è cattivo», «Ma a me piace il sole!», «Quelli sono inutili». L’Inter. Il borotalco. Il burro anche nel sugo al pomodoro. Il sugo al pomodoro nel coccio. Le pennette lisce e scotte. Gli spaghetti scotti. Il risotto. La ciambella. Le mou. Le caramelle in generale. Il giornale radio di Radio 1. Canzo. Porlezza. Le mattine di giugno quando mi svegliavo nel divano letto e sentivo il profumo del caffelatte. Quella volta che mi sono rotta il braccio e mi portasti in taxi al San Raffaele. Quando mi chiamavi perchè avevi sognato di litigare con D’Alema. I pranzi di Natale. Il mio primo zaino (rosa, bianco e con le ranocchie verdi) in prima elementare. I miei volantini elettorali che mettevi nelle caselle. La cassoeula. Le nostre litigate. I tuoi tremendi ravioli. Corso Garibaldi. Le gite a Mortara e Sartirana per i Morti. Quei vestiti natalizi in lana di vetro che ci costringevi ad indossare, soprattutto quello blu a fiocchi bianchi. Mi gratto ancora se ci penso. Confidenze. I capelli a caschetto. «Sei tutta una Marchetti. Assomigli a mia sorella, quella morta». «Sei tremenda. Tutta una Prosperi». Tutte le volte che ti ho gelata con uno sguardo, una battuta, un rimbrotto. Tutte le volte che non mi hai abbracciata. Tutte le volte che non ci siamo cercate. Tutte le volte che non ti ho cercata. Tutte le volte che ho voluto che la mia vita non si incontrasse con la tua. Tutte le volte che ho pensato che fossi una grande, perché nessuno aveva la nonna che lavorava, fumava, usciva la sera e usava il computer. Tutte le volte che ho pensato che fossi semplicemente una terribile egoista e che non ti avrei mai perdonata. Tutte le volte che avrei avuto bisogno di averti. Quelle rare volte che l’ho fatto e hai provato a essere una nonna. Quella volta che volevo scappare di casa e mi venisti a prendere a casa di Marzia, una domenica mattina. La prima sera che mi ha portata a vedere Shakespeare. Venire da te dopo un esame d’estate e addormentarmi sul divano. Venire da te d’inverno e addormentarmi con i piedi sul calorifero. La gazzosa della Guizza sempre in frigo e il tramonto in via Maniago negli interminabili pomeriggi di primavera. Una nottata sveglia passata nel tuo letto leggendo The Dubliners alla luce fioca del vecchio lume. Ogni volta che ho incontrato il tuo sguardo e non mi sono riconosciuta, mai. Ma non basterebbe un libro, nonostante tutto. Anche se ti ho fatto un dispetto voluto persino con la mia tesi di laurea. E tu sai quanto io ci tenessi. Ventinove anni, nonna. Ci siamo mai amate? Non lo so. Non ci siamo mai tradite. Oggi inizia il primo giorno in cui so che davvero non ci sei più.

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Sguardo maligno di Dio/ Zucchero e catrame
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2 risposte a Bella, ciao.

  1. Papo ha detto:

    GRAZIE!!!!!

  2. un nipote ha detto:

    Ciao Nonna.

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