La nipote di Mubarak

Dialogo al bar sotto casa.

Protagoniste: donna bionda orgogliosamente di solida tradizione borghese (BB) e mora tarchiata apparentemente arricchita (MA).

BB: Hai visto che casino in Egitto? Tutti in piazza contro Il loro presidente.

MA: Si, si! Tutta colpa del Tg3. Lo prenderanno col satellite. A furia di raccontare come lascia che gli trattino la nipote qui, si saranno incazzati.

BB: I magistr……(rumore di fondo)

Sullo sfondo, la vita continua a scorrere serena. Milano, Italia.

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Ruby, Silvio e il PotaPota…

“Ponte di Legno e anche Pontida, sciamo all’Aprica”. Ed ecco il ritornello delle “Gnare padane”, l’ultima presa per i fondelli del nostro Premier arriva dalle alleate. Su youtube gira il video delle donne della Lega, una risposta genuina ai festini esotici di Arcore, la rivendicazione in rima delle donne in camicia verde che militano, ballano sotto i gazebi e “non sui cubi” e che, a Cortina, preferiscono il mio amatissimo paese in Valcamonica.
Una reazione? Anche. E soprattutto un piccolo granello di sabbia – per quanto ironico-trash – nell’ingranaggio del consenso. Il secondo, se teniamo conto della raccolta di firme lanciata dalla consigliera di zona Pdl Sara Giudice che sta promuovendo una raccolta di firme per costringere l’igenista-tenutaria-d’agenda-consigliere regionale Nicole Minetti a dimettersi.
Io vi ho avvisati. Intanto torno a cantare il trascinante ritornello…POTA POTA!

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Rapsodia in rosa…

La direttrice del personale di San Pellegrino – Chiara Biscotti – lavora part-time e ha tre figli. Questa cosa non riesco a levarmela dalla testa da quando l’ho sentita. E’ stata lei a raccontarlo durante SorELLE d’Italia, il convegno organizzaro dallo storico femminile Elle per presentare il Libro Bianco sulle donne italiane, frutto di quasi un anno di indagine tra lettrici ed esperte. Si è parlato di diritti – che anche se acquisiti, sempre meglio ricordarseli, di questi tempi -, di lavoro, famiglia e del corpo di noi donne, giusto per essere sul pezzo. Esci sempre felice da questi incontri. Lo fai soprattutto se sul giornale hai letto che il Regno Unito sta approvando la legge sul congedo in caso di paternità anche per i padri. Pensi che le lotte non sono state vane, che noi donne potremo sempre più votarci ad essere qualsiasi cosa purché artefici del nostro destino. Poi torni a casa e leggi le intercettazioni. E tutto cambia.

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Uomini con la radiolina…

Scusa Ameri...

Credevo si fossero estinti insieme ai dinosauri, e invece esistono ancora. Parlo degli “uomini con la radiolina”. Sfondo e sottofondo delle mie domeniche d’infanzia sono andati via via sparendo, travolti da satellite, pay-per-view, internet e smartphone. Da Zara in Corso Buenos Aires ne ho visti un gruppetto appollaiati su un mucchio di maglioni. Stavano lì sereni – una volta sguinzagliate le compagne in giro per il negozio – e in branco radunati attorno al leader, dotato di apparecchietto gracchiante.
Mi hanno commossa. Mi ricordano le domeniche d’estate, quando la prima di campionato portava con sè le illusioni di una nuova stagione che sarebbe cominciata, con tutte il suo carico di speranza, o i pomeriggi al Trotter, con i nostri padri si seduti tutti vicini su una stessa panchina, ululanti ed ondeggianti all’unisono al gol della propria squadra. Per solidarietà e amor del tempo passato, ho mollato lo shopping e mi sono messa ad ascoltare, come quando da piccola lasciavo il castello delle fate delle feminucce e mi mettevo a tirare calci al Supertele nerazzurro del mio amico Daniele.

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Bandiera bianca…

Devo arrendermi e prendere le cose così come vengono. Non ho la pazienza di fare un blog tematico. Il bel blog serio che ci era stato commissionato, beh, io non sono capace a tenerlo. Mi annoio. Passo le giornate a fare un passo indietro, almeno sul web voglio raccontare i noiosi cavoli miei. Magari sarà un metodo per far languire meno queste pagine.

P.s. Le scarpe, il gatto e i bauli sono di Audrey Hepburn/Holly Golightly. Non oserei paragonarmi a lei, mai e poi mai, ma la sua assoluta inconsapevolezza del mondo…

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Vista l’ora, vado a letto con due gocce di Profumo…

Unicredit ha in sé un abbraccio Milano-Roma, così come Intesa è la manifestazione in sportelli della megalopoli MiTo. Così leggo, ignorando che la sveglia tra tre ore suonerà inesorabile, della buonuscita garantita a Profumo dal board di piazza Cordusio. Quaranta milioni di euro non so nemmeno come si scrivano. Ma mi immagino la signora Ratti, come racconta il Sole, arrivare fuori dallo studio Erede, Bonelli e Pappalardo a bordo di una Ducati rossa, magari dopo una cavalcata furiosa lungo una Porta Venezia autunnale. Anticonformista, lei che si era candidata alle Primarie del Pd nel 2007 usando il suo cognome da signorina. Brava.
Ma a che pro dichiarare che la cifra pattuita per l’addio del marito: «È quella che abbiamo letto nelle indiscrezioni (40 milioni), a Don Colmegna andranno due milioni»? Non sono i 40 milioni di euro a farmi rabbrividire. E’ un moralismo che non riesco ad avere a queste ore della notte. A darmi fastidio è il chiamare in causa un uomo come Don Colmegna, utilizzandolo come scudo di protezione davanti ad una somma che alzerà un polverone. “Oh sì, abbiamo preso una marea di soldi, ma guardate come siamo bravi. Devolviamo il 5% a quel prete straccione”. Fallo (e fai bene a farlo). Stai zitto e assumiti la responsabilità delle tue scelte. Se sei un profesionista che ritiene di meritare quel denaro, beh, perchè giustificarlo? I soldi non sono peccato, se guadagnati con impegno. E’ l’etica del capitalismo di cui Milano è impregnata, o sbaglio?
Voglio giustificare quest’uscita, poco consona per una coppia abbastanza nota per il suo impegno nel sociale – come nella tradizione della buona borghesia meneghina – con lo stress e la rabbia.
Ma, signora Ratti, la prossima volta stia più attenta. Quell’elemosina milionaria sbattuta in prima pagina stride nelle orecchie come l’unghia sulla lavagna.

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La zanzara…

I ragni non mi fanno paura. In aereo sto tranquilla. La folla mi da fastidio, ma non mi spaventa.Gli spazi aperti mi rilassano. L’acqua è il mio elemento. Ho una sola fobia devastante: le zanzare. Mi basta sentirne ronzare una in lontananza per allarmarmi. Vivere a Milano non mi ha insegnato la sopportazione. Da aprile a novembre dormo sul chi va là, preferendo avvelenarmi dei fumi tossici degli antizanzare che passare le notti in caccia. Va detto che ho allenato un fiuto da cacciatrice invidiabile. Memorabili gli abbattimenti a luce spenta e senza occhiali che lasciano ancora i segni sui muri della mia stanza. A Roma non mi era ancora capitato di svegliarmi di soprassalto intimorita dal fastidioso “zzzzzz”. Questa notte, invece, una zanzara capitolina ha osato sfidarmi. Ore 5.58. Mi sveglio. “Eh no, ciccia. Non sono sopravvissuta all’estate milanese per venire qui a farmi massacrare da te”. Mi metto in punta. La manco una volta, due. Alla terza non mi sfugge. Ciaf. Morta. Esulto orgogliosa di me. La guardo. E’ piccolissima, iper rumorosa e nera pece. Diversa dalle ciccione appesantite dall’afa che ronzano nelle lande padane. Comunque sia, il risultato è lo stesso. Un bel viaggio di sola andata al paradiso degli insetti.

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